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L’editoriale “Il CO₂lumnist”: i derivati dovrebbero possedere un’impronta carbonica?

L’editoriale “Il CO₂lumnist”: i derivati dovrebbero possedere un’impronta carbonica?

02-09-2021 | Rubrica
Gli investitori si affidano ai dati per prendere decisioni in materia di strategie climatiche, ma di chi è la responsabilità delle emissioni: di chi le produce o di chi le usa? Nel quarto articolo di una serie di editoriali che trattano l’argomento con spensieratezza, Thijs Markwat, Data scientist di Robeco, si domanda se i derivati non siano coinvolti nella faccenda più di quanto sembri.
  • Thijs Markwat
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In questo articolo affronto una questione sulla quale mi arrovello già da un pò, ovvero se sia il caso o meno di associare un’impronta carbonica ai derivati finanziari. I numerosi precedenti tentativi  per saperne di più sono falliti. Nemmeno Google mi è stato di grande aiuto. Per questo, di seguito vi propongo la mia opinione sull’argomento.

Prendiamo casualmente un certo Daniel, intenzionato ad investire in un’azienda agricola locale. L’investimento è di un anno, al termine del quale viene restituito l’importo investito. Visti i piani dell’azienda agricola, Daniel si aspetta un rendimento positivo, pur essendo consapevole di poter perdere il denaro investito in caso di eventi avversi. In base alla struttura di capitale dell’azienda, calcoliamo che Daniel ne “possieda” l’1%. In questo caso, diciamo che Daniel è anche responsabile dell’1% delle emissioni di gas serra (prevalentemente sotto forma di metano prodotto dalle mucche).

Sei mesi dopo, Daniel scopre che la casa dei suoi sogni è in vendita. Il trasferimento della proprietà dovrebbe avvenire entro sei mesi, ovvero intorno alla data di scadenza del suo investimento nell’azienda agricola. All’inizio Daniel è felicissimo, ma presto si rende conto che se l’investimento non dovesse rendere come previsto, non avrebbe a disposizione il denaro sufficiente. Poiché la casa è un’occasione davvero unica, vuole trovare una soluzione ad ogni costo. 

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Un sogno da realizzare

Per prima cosa, chiede all’azienda agricola che il suo denaro gli venga restituito in anticipo. Gli spiegano che l’azienda ha usato il suo capitale per acquistare nuovo bestiame e che, al momento, non sono disposti a vendere nessuna mucca. Di conseguenza, inizia a pianificare differenti soluzioni per realizzare il proprio sogno. Dopo molti caffè (virtuali) bevuti con i colleghi, si imbatte in una certa Carola, che è disposta ad aiutarlo nel suo intento. In base al loro accordo, tutti i proventi dell’investimento di Daniel andranno a Carola: in un anno positivo per l’azienda agricola la donna guadagnerà del denaro, mentre in caso di difficoltà dovrà coprire le perdite. 

Dopo aver formalizzato gli aspetti finanziari, Daniel stabilisce che Carola sarà responsabile anche delle emissioni di gas serra, visto che le è stata trasferita l’esposizione economica delle attività aziendali. Carola, dal canto suo, è convinta che la responsabilità dell’1% delle emissioni di gas serra ricada comunque su Daniel, il cui investimento è rimasto invariato, mentre lei non ha dovuto investire nemmeno un centesimo. Secondo me ha ragione Carola, e vi spiego perché.

Chi “possiede” l'azienda

A mio avviso, ciò che conta davvero è chi, tra Daniel e Carola, “possiede” l’azienda. L’insieme dei proprietari, infatti, fornisce il capitale necessario alle attività economiche e alle emissioni societarie. Ad esempio, se Daniel non avesse effettuato alcun investimento, l’azienda agricola avrebbe avuto meno capitale, avrebbe potuto acquistare meno mucche e ora produrrebbe meno emissioni. Di conseguenza, le emissioni dell’azienda sono strettamente legate al suo capitale. 

D’altro canto, il trasferimento dell’esposizione economica da Daniel a Carola non incide minimamente sulla struttura del capitale aziendale né sul numero di mucche, mantenendo invariate le emissioni prodotte. Quindi, in termini di impronta carbonica, è del tutto irrilevante se sia Daniel o Carola ad assumersi il rischio dell’investimento. Essendo le emissioni direttamente legate all’importo totale del capitale investito e poiché non conta chi si assume l’esposizione economica, è del tutto logico attribuire l’impronta in base al possesso e non all’esposizione economica. Pertanto, la responsabilità delle emissioni rimane in capo a Daniel.

Immagino abbiate già capito che Daniel ha coperto il proprio rischio con una posizione corta su un forward,1 su cui Carola ha invece assunto una posizione lunga. La storia che vi ho appena raccontato ci insegna che ai derivati finanziari non andrebbe associata nessuna impronta carbonica, poichè i titolari di derivati non “possiedono” effettivamente la società. 

Pericolo di greenwashing

La scelta di attribuire un’impronta carbonica ai derivati potrebbe causare l’insorgere di pratiche di greenwashing. Ad esempio, l’esposizione al titolo di un’azienda petrolifera e del gas può essere facilmente replicata attraverso posizioni di liquidità e in futures.2  Detenendo il titolo, si aumenta l’impronta carbonica proveniente da una compagnia energetica, mentre la replica riduce l’impronta prodotta dal capitale depositato in un’azienda finanziaria. 

Al contrario, anche la scelta di attribuire un’impronta carbonicao ai derivati potrebbe generare pratiche di greenwashing. Vista la grande differenza tra le impronte di carbonio dei vari colossi petroliferi, è facile costruire posizioni long-short in futures quasi neutrali con forte esposizione negativa al carbonio.3  

Quindi, da un punto di vista dei fondamentali, ai derivati non andrebbe attribuita un’impronta di carbonio. Tuttavia, servono norme e disposizioni chiare sull’uso dei derivati in modo da evitare il greenwashing in ambito di etichettatura verde. 

1Dato che, al momento, il tasso di interessi è quasi a zero, possiamo ignorare questa componente.
2Una logica analoga è applicabile anche ad altri derivati (ad esempio Treasury + CDS = obbligazioni corporate).
3Le posizioni corte sui futures dovrebbero avere impronta negativa, altrimenti il totale delle emissioni mondiali diventa enorme.
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