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“Dobbiamo prepararci agli scenari peggiori”

“Dobbiamo prepararci agli scenari peggiori”

18-05-2021 | Intervista
Bob Litterman è presidente del Risk Committee e uno dei fondatori di Kepos Capital a New York. Ha lavorato 23 anni in Goldman Sachs, dove ha guidato per 11 anni il gruppo Quantitative Resources di Goldman Sachs Asset Management. Di recente, la sua ricerca si è concentrata sul carbon pricing. Abbiamo parlato con lui di rischio climatico e di come gli investitori dovrebbero affrontarlo.
  • Yann Morell Y Alcover
    Yann
    Morell Y Alcover
    Investment Writer

In breve

  • Per ridurre le emissioni di carbonio ci servono incentivi armonizzati a livello globale
  • La transizione verso un'economia a basso carbonio sarà più rapida di quanto molti investitori non si aspettino
  • Per decarbonizzare il portafoglio non bastano semplici esclusioni

Come ha fatto a capire che il principale rischio per gli investitori è il rischio climatico?

“È partito tutto dall’ultima crisi finanziaria. Stavo per lasciare Goldman Sachs, quando uno dei miei futuri partner mi ha chiesto: Bob, cosa farai quando andrai in pensione? Gli ho risposto che non lo sapevo. Allora mi ha chiesto se fossi interessato all’ambiente. E io ho risposto che avrei potuto esserlo. A quei tempi, mi sembrava che i cambiamenti climatici giocassero un ruolo marginale. Poco dopo, però, ho cominciato a chiedermi quanto pericolosi fossero davvero.”

“Poi ho conosciuto molte persone che hanno a cuore l’ambiente e sono stato come risucchiato. Finché un giorno ho detto a un amico: sai, il punto è che non stiamo scontando il rischio. E lui mi ha risposto: il problema, Bob, è che nessuno sa che prezzo dare al rischio. L’ho presa come una sfida e ho iniziato a documentarmi.”

“All’epoca, uno dei massimi esperti era Bill Nordhaus, oggi vincitore del premio Nobel. Aveva cercato di stimare i danni economici futuri, tenendone conto nel presente. Ma la cifra ottenuta era molto bassa e quindi non particolarmente credibile. Mi sono unito al dibattito spiegando che a Wall Street il costo del rischio non si calcola così. Non basta scegliere un tasso a cui scontare i flussi di cassa. Le cose da tenere presenti sono molte.”

“Il che complica ulteriormente il rischio climatico, ma lo rende anche più interessante. Così mi sono ritrovato a collaborare con altri economisti, Kent Daniel e Gernot Wagner, con cui ho firmato il paper: “Declining CO2 price paths.” Ci abbiamo lavorato per cinque anni e la pubblicazione è avvenuta poco più di un anno fa sul Proceedings of the National Academy of Sciences.”

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Qual è la principale lezione che ne ha tratto?

“Che è ora di alzare fortemente il prezzo del carbonio, perché le conseguenze iniziano a farsi sentire e ci è rimasto poco tempo per invertire la rotta. Quindi, dobbiamo prepararci agli scenari peggiori. Ovviamente, se avessimo iniziato vent’anni fa ad alzare il prezzo del carbonio, a creare incentivi e a ridurre le emissioni, oggi non saremmo in piena crisi esistenziale.

“È questo il segreto. Se vogliamo ridurre le emissioni, dobbiamo tirare il freno, ovvero offrire incentivi consistenti e armonizzati a livello globale. E dobbiamo farlo subito.”

Cosa significa questo per gli investitori?

“Gli investitori di tutto il mondo stanno cercando di allineare i portafogli alla rapida transizione verso un’economia a bassa emissione di carbonio, il che è positivo. È senz’altro la cosa giusta da fare. Ma non è facile. In pratica, significa riconoscere che la transizione sarà rapida e inciderà sull’intera economia e sulle valutazioni dei titoli.”

“La transizione sarà rapida e inciderà sull’intera economia”

“Gli investitori ancora non si aspettano una transizione rapida. Credono che sia graduale. Oggi la media del prezzo delle emissioni di carbonio per tonnellata è di 2 dollari. Ma io e i miei colleghi abbiamo scoperto che il prezzo giusto probabilmente supera i $100 a tonnellata. E a questo che andremo incontro se vogliamo assicurarci di evitare gli scenari peggiori.”

Se, come suggerisce, i cambiamenti climatici trasformeranno radicalmente l’economia, i modelli quantitativi, che tendono a essere basati su dati statistici superati, non rischiano di diventare obsoleti?

“Mi sta chiedendo se affrontando i cambiamenti climatici si ha a che fare più con gli investimenti basati sui fondamentali che non con gli investimenti quantitativi come li intendiamo oggi? La mia risposta è sì, si ha più a che fare con i fondamentali. Detto questo, anche noi gestori quantitativi possiamo pensare all’impatto di una transizione rapida, cercando di trarne vantaggio.”

“Anche noi gestori quantitativi possiamo pensare all’impatto di una transizione rapida, cercando di trarne vantaggio.”

“Per esempio, considerando gli effetti per l’industria petrolifera e automobilistica. Pensando agli stranded asset, o alle conseguenze sulle valutazioni. Gli investitori dovranno monitorare tutti questi aspetti, servendosi di parametri e strumenti statistici adeguati. Tenendo a mente tutte queste cose, gli investimenti quantitativi possono rimanere al passo con i tempi.”

“Per esempio, prendiamo un fattore – e possiamo discutere di come crearne uno – che rifletta le aspettative sul futuro costo del carbonio. A questo punto sarà possibile selezionare qualsiasi asset, valutandone l’incidenza sul fattore in questione, e contribuendo a identificare le opportunità di investimento. I gestori quantitativi, si sa, cercano sempre di essere lungimiranti, anche se usano solo dati storici.”

Che ne sarà dei prodotti di investimento passivi? Secondo lei, come evolveranno in questo mondo in divenire?

“A mio avviso, il passaggio verso una gestione passiva a cui abbiamo assistito negli ultimi dieci anni è del tutto logico. Ma, al momento, è difficile prevedere cosa conterrà un portafoglio passivo che tenga conto di una transizione rapida. Di sicuro, non basterà rimuovere i combustibili fossili. Lasci che le racconti una storia a sostegno della mia tesi.”

“Sette anni fa ero a capo del comitato d’investimento del World Wildlife Fund. Stavamo cercando di allineare il portafoglio alla nostra mission, evitando stranded asset e società legate a carbone e sabbie petrolifere. E ci è venuta l’idea della dismissione. Ma i nostri consulenti ci hanno avvertito che avremmo dovuto liberarci di molti fondi a gestione attiva, il che ci sarebbe costato una fortuna.”

“Ci hanno quindi proposto una soluzione efficace in termini di costi: una copertura, in pratica uno swap, ribattezzato swap di rendimento totale per stranded asset. Abbiamo firmato un contratto con una banca, a cui abbiamo pagato il rendimento complessivo di un paniere di stranded asset, in cambio del rendimento complessivo dell’Indice S&P 500. Un modo davvero semplice e a buon mercato di liberarsi degli asset indesiderati.”

“Alla fine il rendimento annuo del nostro strumento è stato del 18%. Non ce l'aspettavamo, ma è così che è andata. Quello che voglio dire, è che la rivalutazione degli asset è iniziata da tempo. Ma allora, in prospettiva, un portafoglio passivo che escluda i combustibili fossili riuscirà a sovraperformare? No lo so, perché quegli asset adesso sono molto meno cari. Oggi limitarsi a semplici esclusioni non basta più. Bisogna soprattutto selezionare le società giuste.”

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