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Il cocktail velenoso di politiche macroeconomiche di Trump

Il cocktail velenoso di politiche macroeconomiche di Trump

08-03-2018 | Previsioni mensili

Stimolando e al contempo soffocando un’economia USA in fase espansiva, Donald Trump rischia di somministrare al Paese un cocktail velenoso di politiche macroeconomiche

  • Lukas Daalder
    Lukas
    Daalder
    Former CIO Robeco Investment Solutions. Daalder left Robeco in July 2018.

In breve

  • I tagli fiscali sono destinati ad aggravare il deficit pubblico e il disavanzo commerciale USA
  • I dazi commerciali aggiungono un nuovo ingrediente ad un cocktail già tossico
  • La capacità produttiva inutilizzata determinerà il destino di questo esperimento

L’adozione di tagli fiscali in una situazione di piena occupazione può innescare una spirale salari-prezzi o un incremento del disavanzo commerciale, mentre difficilmente l’introduzione di dazi sulle importazioni può considerarsi utile, sostiene Daalder, Chief Investment Officer di Robeco Investment Solutions.

A suo dire, il presidente Trump non pare condividere il vecchio adagio secondo il quale “i tetti si riparano quando splende il sole”, ossia l’invito a sfruttare le dinamiche di crescita positiva per consolidare la propria posizione finanziaria. Quando il ciclo economico è in forte espansione, di solito i governi cercano di ridurre i loro disavanzi; tutti i Paesi dell’Eurozona sono intervenuti in questo senso sfruttando la ripresa del quadro economico.

Viceversa, il deficit statunitense è salito dal punto minimo del 2,6% del PIL, registrato nel 2015 durante l’attuale fase espansiva, fino al 3,1% nel 2016 e al 3,4% nel 2017. Per effetto dei tagli fiscali, nel 2019 si prevede ora un’ulteriore crescita al 4,5% del deficit che, secondo altre istituzioni finanziarie, potrebbe anche raggiungere o superare il 5%.

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Il deficit americano sta montando mentre la disoccupazione è ai minimi storici. Fonte: Robeco & Bloomberg

La differenza viene dalla disoccupazione

Un livello tanto importante del deficit, pari o superiore al 5%, non rappresenta una novità: era già successo nel 1983 con la presidenza Reagan; nel 1992 con H.W. Bush; nel 2009, durante la Grande Recessione, quando ha raggiunto la doppia cifra. “A fare la principale differenza rispetto ai precedenti episodi di forte disavanzo è tuttavia l’andamento del tasso di disoccupazione”, aggiunge Daalder.

“In tutti i periodi precedenti, la disoccupazione ha segnato livelli elevati e in crescita, a quota 9,6% nel 1983, 7,5% nel 1992 e 9,6% nel 2009, mentre il tasso di disoccupazione è attualmente sul punto di scendere sotto il 4%. Paragonare lo stimolo fiscale di Reagan alle attuali misure di Trump significa chiaramente non cogliere il punto. Mentre Reagan ha attuato politiche espansionistiche di matrice chiaramente keynesiana in un contesto di fragilità economica, Trump sta facendo la stessa cosa durante una fase rialzista.”

“Gli economisti ci dicono che stimolare un’economia già a pieno regime non è una scelta molto sensata. Lo scopo dei tagli fiscali è accrescere la domanda di beni e servizi, che devono essere prodotti altrove. In un’economia che è già vicina ai suoi massimi, questa strategia potrebbe chiaramente porre seri problemi.”

Utilizzo della capacità produttiva

Secondo Daalder, l’attuale tasso di utilizzo della capacità industriale USA, pari al 76%, indica che esiste ancora una quantità sufficiente di capacità inutilizzata da sfruttare, benché non si tratti sempre di un parametro affidabile avendo il settore terziario acquisito un ruolo molto più dominante.

“Per far crescere internamente i servizi, la disponibilità di lavoro qualificato è molto più importante”, precisa Daalder. “Il tasso di disoccupazione già alquanto basso solleva il dubbio che possa mancare la flessibilità necessaria a soddisfare la maggiore domanda di questi servizi. In parole povere: stimolare un’economia già in piena corsa introduce il rischio di una spirale di prezzi e salari.”

“Esiste anche un’opzione meno dolorosa. Beni e servizi si possono produrre fuori dagli Stati Uniti per essere importati, riducendo così il rischio di un surriscaldamento dell’economia domestica. È infatti la situazione che gli economisti definiscono spesso con l’espressione “Doppio deficit”: un deficit pubblico elevato (e in crescita) tende ad andare a braccetto con un disavanzo commerciale elevato (e in crescita).”

“Detto in altri termini: se una parte degli stimoli all’economia può effettivamente tradursi in un aumento della produzione domestica, un’altra parte può tuttavia “disperdersi” sui propri partner commerciali. Questo tasso di dispersione sarà naturalmente più elevato se l’economia domestica corre già ai massimi regimi. Quasi tutti gli esperti concordano nel ritenere molto probabile, nel quadro attuale, che un aumento del disavanzo pubblico favorisca un balzo del deficit delle partite correnti, le cui proporzioni rappresentano l’unica incognita rimasta. Viene da chiedersi se era questo ciò che si immaginava Trump quando prometteva di ‘Rendere l’America di nuovo grande’”.

I dazi potrebbero risultare tossici

Daalder sostiene che i recenti piani di Trump per introdurre dazi sulle importazioni di alluminio e acciaio infiammano ulteriormente l’economia. Aggiunte inoltre: “Gli economisti ci dicono che aprire una guerra commerciale rappresenta una decisione sbagliata in ogni circostanza, ma farlo mentre si stimola un’economia che gira già quasi a pieno regime è dal punto di vista macroeconomico un cocktail velenoso”.

“Tagliando fuori i settori esterni come valvola di sfogo per alleviare le tensioni accumulatesi nell’economia domestica si finisce soltanto per esporre il sistema a maggiori rischi di surriscaldamento. Salari più alti, già in fase crescente, e un’inflazione più elevata, legata in parte all’inasprimento dei dazi, costringeranno sicuramente la Fed ad innalzare i tassi con maggiore aggressività, annullando di conseguenza gli effetti dei tagli fiscali. Inoltre, tassi d’interesse e rendimenti obbligazionari più alti potrebbero in teoria innescare un forte rialzo del dollaro, a totale discapito degli Stati Uniti nel commercio internazionale.”

Resta comunque mera teoria

Gli Stati Uniti vanno dunque verso il disastro economico? Non necessariamente, precisa Daalder: “È positivo che non sia stato ancora introdotto alcun dazio, e la teoria economica è per definizione solo questo: teoria. Per esempio, uno degli elementi di maggior incertezza che registriamo attualmente nei mercati finanziari è il costante indebolimento del dollaro, che compensa il continuo aumento del differenziale dei tassi d’interesse a favore degli Stati Uniti. Indica che tassi più elevati non portano necessariamente a un dollaro più forte.”

“Probabilmente, l’interrogativo principale riguarda l’effettivo raggiungimento di una piena o quasi piena capacità produttiva da parte dell’economia USA. Se fosse confermato, l’attuale mix di politiche economiche rappresenterebbe senza dubbio un errore di proporzioni storiche. In tal caso, la riparazione del tetto avrebbe rappresentato una scelta migliore.”

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