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Acquistare a buon mercato costa caro

Acquistare a buon mercato costa caro

09-09-2019 | Rubrica

Una delle domande più frequenti che mi sono state rivolte negli ultimi anni riguarda le valutazioni. L’attenzione che dedico ai trend di crescita di lungo termine della spesa al consumo e alle società capaci di beneficiarne spesso mi indirizza verso titoli con elevate valutazioni assolute e relative. Le azioni di società con pratiche di sostenibilità che forniscono loro un vantaggio competitivo, solidità mondiale del marchio e prospettive di crescita superiori, vengono premiate con un rapporto prezzo/utili sopra la media.

  • Jack  Neele
    Jack
    Neele
    Portfolio Manager

È del tutto logico, quindi, che i clienti vogliano saperne di più sulle valutazioni elevate. Per prima cosa, va citato il famoso value effect. Si tratta del principio secondo cui, nel lungo periodo, i titoli value - corretti per il rischio - generano rendimenti migliori rispetto alle loro controparti growth. A questo tema sono state dedicate ricerche empiriche di lungo periodo e l’effetto è stato osservato sia nei mercati sviluppati che in quelli emergenti. Di conseguenza, se gli investitori vogliono nuotare controcorrente, devono avere dei buoni motivi per farlo.

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Figura 1. Titoli value > titoli growth

La prudenza non è sempre un bene

Inoltre, come è comprensibile, sono pochi gli investitori che dicono ai propri clienti di avere in portafoglio i titoli più costosi del mercato. Acquistare titoli convenienti è considerato un segno di prudenza e diligenza. Tuttavia, osservando da vicino gli ultimi dieci anni, sembra ci sia stato un cambiamento strutturale dalla crisi finanziaria. I titoli più economici hanno registrato performance molto inferiori, nettamente in ritardo rispetto ai titoli growth.

Figura 2. I titoli growth hanno registrato buone performance negli ultimi 10 anni

Tuttavia, detenere in portafoglio titoli costosi è spesso ritenuto speculativo o incauto. Questo perché, nel mondo della finanza, il termine “costoso” è spesso ritenuto sinonimo di “sopravvalutato”, nonostante tra i due esista una differenza significativa. Negli ultimi dieci anni, per esempio, molti investitori hanno scartato le azioni di Amazon semplicemente perché ritenute “troppo costose”. Peccato, però, che nello stesso periodo il titolo abbia guadagnato più del 2000% Anche se dieci anni fa poteva essere troppo costoso, con il senno di poi di sicuro non era sopravvalutato.

Lo stesso discorso vale per aggettivi come “conveniente” e “sottovalutato”. Titoli con un rapporto prezzo/utili e prezzo/valore contabile basso oppure con dividend yield elevato sono ritenuti convenienti, ma ciò non significa che siano sottovalutati. Per decenni le società del settore petrolifero e del gas, delle comunicazioni, dell’industria automobilistica, delle banche e delle materie prime hanno fatto parte di questa categoria. Ma spesso sono stati proprio i loro titoli a deludere rispetto al mercato nel suo complesso. Convenienti, sì. Sottovalutati, no.

Non conta solo la valutazione

Chi, come me, investe nei trend, guarda soprattutto allo sviluppo di un'azienda in termini di fondamentali. Ovviamente la valutazione è importante, ma non è il primo aspetto che prendo in considerazione. Sono infatti convinto che, nel lungo termine, le aziende di alta qualità e con buone prospettive di crescita meritino un premio di valutazione rispetto ai concorrenti meno ben posizionati. E ho diversi motivi per credere che questo premio continuerà a valere anche in futuro.

Innanzitutto, i tassi di interesse sono ai minimi storici. I rendimenti di lungo termine sul mercato obbligazionario sono in calo da anni, a riprova di un certo pessimismo degli investitori riguardo la crescita economica futura. Si tratta di un contesto positivo per i titoli growth, che hanno dimostrato di poter garantire una crescita sia dei ricavi che degli utili in circostanze economiche sfavorevoli. Per il momento, ci sono poche ragioni per ritenere una ripresa della crescita economica globale nel breve termine.

In secondo luogo, la tecnologia gioca un ruolo chiave. Il passaggio al digitale sta avvenendo a una velocità incredibile, ragion per cui i settori tradizionali come l’energia, le materie prime e le banche si sono trasformati in titoli strutturalmente perdenti. Gli investitori quindi, sono costretti a spostarsi verso alternative in più rapida crescita. È evidente che l'economia, un tempo basata sulla produzione, si stia orientando sempre più verso la tecnologia.

Gli investitori colgono il valore delle attività immateriali

Questo si riflette sulle ponderazioni dei settori tradizionali del mercato. Nella tabella sottostante vengono riportati i pesi del settore della parte più industriale dell'economia.

Tabella 1. Negli ultimi 30 anni i pesi dei settori industriali si sono più che dimezzati

Negli ultimi 30 anni i settori tradizionali hanno perso rilevanza. Non c’è quindi da stupirsi se le società che vi appartengono hanno sottoperformato rispetto al resto del mercato. Infine, ritengo che gli investitori siano migliorati molto nello stimare il valore delle attività immateriali nelle valutazioni delle società. In precedenza, l'attenzione degli investitori si concentrava soprattutto sul valore contabile, che comprendeva tra l’altro il valore di stabilimenti, di edifici per uffici e di macchinari. Questi rappresentavano la maggior parte del valore totale di un’azienda.

Al giorno d’oggi, l'asset societario più prezioso sono le sue attività immateriali, tra cui la solidità del marchio, il software, i brevetti o altre forme di proprietà intellettuale. Sono loro a consentire alle aziende di distinguersi dalla concorrenza nella lotta per la conquista di clientela, profitti e utili.

Senza un’accelerazione o un recessione inattesa della crescita, mi aspetto che i risultati dei titoli growth si confermeranno superiori alla media. Quindi, anche negli anni a venire, acquistare a prezzi convenienti potrebbe rivelarsi un’attività costosa!

Rubrica già pubblicata su IEX.nl

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