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“Non dobbiamo fare l’errore di considerare la sostenibilità una questione monodimensionale”

“Non dobbiamo fare l’errore di considerare la sostenibilità una questione monodimensionale”

01-05-2019 | Visione

Chi sceglie l’investimento sostenibile ha ampie possibilità di scelta. Masja Zandbergen parla dei dilemmi con cui si confrontano gli investitori che sposano la sostenibilità, dei progressi compiuti negli ultimi anni e della necessità di un impegno concreto per essere tra i migliori di questo settore.

  • Peter van Kleef
    Peter
    van Kleef
    Chief Editor

La sostenibilità è l’ultima grande tendenza del settore degli investimenti. C’è stato un momento di svolta specifico, o l’investimento sostenibile ha avuto in Robeco un’evoluzione graduale?

“Entrambe le cose, in realtà. Si è evoluto, inizialmente a partire da poche persone. Ora tutti sono coinvolti e penso addirittura che questo sia un motivo per cui molti vogliano lavorare in Robeco: da noi l’investimento sostenibile è un tema molto importante. Ma negli ultimi due anni ha davvero preso slancio. Ciò è in parte dovuto al mercato, alla regolamentazione, ai problemi legati al clima e alla gestione dei rifiuti, tutti aspetti che non possiamo più ignorare. Questi temi, peraltro, sono molto sentiti dalle nuove generazioni, le cui opinioni sono sempre più importanti. Molte forze diverse stanno convergendo in questo momento. Come società umana dobbiamo vivere in modo più sostenibile, altrimenti non sopravvivremo.””

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Viviamo in un’epoca di vero cambiamento?

Il recente successo dell’engagement con Shell potrebbe esserne la prova. Le persone sono mentalmente pronte per grandi cambiamenti? Si rendono conto che in gioco non ci sono solo i rendimenti finanziari, ma anche il futuro del nostro pianeta e dei nostri figli?

“Trovo difficile rispondere a questa domanda, forse perché sono troppo coinvolta. Finisco per parlare solo con clienti che sono già sulla nostra stessa lunghezza d’onda. In tutta onestà, penso che abbiamo ancora molta strada da percorrere, anche se si vedono già segnali di cambiamento. Le imprese devono essere disposte a effettuare investimenti che non daranno risultati per molto tempo. Questo rappresenta ancora un dilemma.”

L’eterno conflitto tra guadagni a breve termine e una prospettiva a lungo termine.

“Sì, e tra valori finanziari e ambientali e sociali. I beni comuni non hanno un prezzo, ma dovrebbero averlo. Siamo tutti disposti a riconoscere che la sostenibilità è vantaggiosa per tutti, ma spesso si devono pagare i costi prima di poter raccogliere i benefici. Bisogna essere onesti riguardo a questo. Sì, è giusto aspirare a ottenere un rendimento, ma bisogna incorporare nelle decisioni d’investimento anche valori sociali e ambientali. È necessario attribuire un prezzo a tutto questo. In tal senso, siamo all’inizio di un percorso molto lungo, e la domanda è se abbiamo ancora abbastanza tempo (...).”

Tempo per cosa?

“Tempo necessario per aggiustare il nostro pianeta.”

È un problema che ti preoccupa molto?

“Beh, dico solo che a volte ricevo da colleghi e specialisti ricerche dai contenuti alquanto deprimenti. Ricerche sulle prospettive del cambiamento climatico e sulle sue conseguenze. Ma sono ottimista. Se ci mettiamo d’impegno adesso, possiamo ancora sperare di farcela.”

È utopico immaginare un mondo in cui le grandi multinazionali siano tenute a investire parte dei loro profitti nelle condizioni lavorative di chi si trova all’inizio della catena di produzione?

“Non credo che questa sarebbe una buona soluzione, perché non sarebbe comunque parte integrante delle prassi aziendali. Io affronterei il problema in modo diverso. Bisogna sviluppare modelli economici che includano tali costi esterni nel calcolo dei profitti e del valore. Quanto costa effettivamente una scarpa se si offre una retribuzione equa a tutti i lavoratori – con un salario minimo vitale – e si tiene conto del costo di alcune misure ambientali? Quanto margine rimarrebbe all’impresa? E i consumatori sono disposti a pagare un sovrapprezzo? Molti prodotti in circolazione attualmente sono in vendita a prezzi troppo bassi.”

È di nuovo lo stesso dilemma. Sappiamo che la situazione deve cambiare, ma se questo ci impone di dare un contributo – finanziario o di altra natura – guardiamo dall'altra parte?

“Sì, ed è per questo che secondo me che siamo solo all’inizio di un lunghissimo processo di internalizzazione dei costi esterni. Non abbiamo ancora modelli generalmente accettati su questo. Le università non hanno ancora incluso l’argomento nei loro programmi di studi finanziari.”

L’istruzione è la soluzione?

“È senz’altro parte della soluzione. Ecco perché stiamo lavorando con l’Erasmus University, che ha anche delineato un quadro preliminare per integrare la sostenibilità nell’analisi finanziaria.”

Il cambiamento inizia anche con la sensibilizzazione. Le nuove generazioni stanno crescendo con una maggiore consapevolezza delle sfide della sostenibilità.

“Questo è sicuramente vero per i miei figli. Ne parliamo spesso a casa, per esempio del modo in cui vengono realizzati alcuni capi di abbigliamento. Succede automaticamente perché fa parte del mio lavoro e di quello di mio marito. Ognuno di noi due ha le sue preoccupazioni lavorative, quindi forse è per questo che ne parliamo a casa più spesso di quanto non facciano altri. I nostri figli ascoltano questi discorsi regolarmente. Per le nuove generazioni evitare la carne o mangiarne meno, o semplicemente fare le cose in modo più sostenibile, è molto più ovvio che per noi.”

Ma la soluzione ai nostri problemi è ben più complicata di così, non è vero?

“Ovviamente. Non dobbiamo fare l’errore di considerare la sostenibilità una questione monodimensionale. È un tema molto più complesso di quanto non sembri. Un’auto elettrica può apparire sostenibile, ma se il proprietario la ricarica con elettricità generata dal carbone, nel corso della sua vita utile l’auto non sarà più sostenibile di una vettura alimentata a gas. Lo stesso vale se una multinazionale costruisce un edificio ad alta efficienza energetica proprio accanto ad un’autostrada, rendendolo inaccessibile con i mezzi pubblici.”

“Questo è il motivo per cui si deve affrontare la sostenibilità in chiave olistica, altrimenti si va avanti a tentoni e si potrebbe finire persino per avere un impatto negativo. La cosa peggiore che può accadere è trovarsi a guardare indietro tra dieci anni per scoprire di non aver ottenuto nulla in termini di sostenibilità, e di aver anche fallito sul piano finanziario. Ecco perché la ricerca e il pensiero integrativo sono di importanza fondamentale.”

Robeco è stato uno dei primi gestori ad offrire prodotti ispirati agli obiettivi di sviluppo sostenibile (SDG). Possiamo considerarlo un esempio di innovazione e leadership di mercato?

“È sicuramente un esempio, ma ritengo che siamo anche leader sul fronte dell’integrazione. Molti clienti sono piuttosto avanzati nella sostenibilità, ma incontrano difficoltà nell’integrazione. Occorre una ricerca rigorosa e i gestori di portafoglio e gli analisti devono accettare di considerare le imprese da un punto di vista diverso. Dato che abbiamo questa competenza, è più facile per noi innovare anche in altri modi. Ciò crea un effetto moltiplicatore. Si comincia con gli specialisti, ma alla fine tutti fanno lo sforzo necessario, generando molta più innovazione.” 

“Oggi abbiamo circa 60 clienti con requisiti specifici di sostenibilità, rispetto ai circa 15 dello scorso anno. La domanda è in aumento, ma lo è anche la nostra capacità di fornire soluzioni. Un buon esempio di questo sono gli SDG: RobecoSAM ha avuto sia l’idea che le competenze necessarie per sviluppare un quadro analitico che permettesse agli analisti di valutare le aziende sulla base dei criteri SDG. In definitiva, anche gli SDG sono parte dell’integrazione ESG. Questo richiede tempo e non può essere facilmente imitato. Acquistare dati sulla sostenibilità e applicarli al proprio portafoglio è cosa ben diversa dall’integrazione ESG.”

In questi giorni, quasi tutti i gestori affermano che l’analisi ESG fa parte del loro DNA. Ti capita mai di pensare che si tratti solo di un espediente di marketing?

“Mi capita spesso, sì. Ma ci sono anche gestori che lo fanno bene. Noi siamo molto impegnati in quest’ambito: basti pensare a quanti codici di stewardship abbiamo firmato, a quante iniziative partecipiamo e a quante volte facciamo da capofila nelle attività di engagement e di voto alle assemblee degli azionisti. Molti gestori, d’altro canto, sono appena agli inizi. È incoraggiante vedere che altri asset manager cominciano ad essere coinvolti. Con il contribuito di tutti riusciremo ad avere un impatto maggiore. Tuttavia, ci teniamo a distinguerci dalla concorrenza. I gestori che credono davvero nella sostenibilità saranno i vincitori, perché vi si dedicheranno per le giuste ragioni. E questo, alla fine, farà la differenza.”

Questa intervista è stata pubblicata per la prima volta su Sustainability Inside

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