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La crisi italiana: soltanto un’increspatura o un’onda?

La crisi italiana: soltanto un’increspatura o un’onda?

07-06-2018 | Previsioni mensili

Ha messo da parte le discussioni sulla guerra commerciale e la saga del summit nord-coreano, diventando protagonista assoluta. Quella che a marzo, in Italia, sembrava una semplice increspatura, la scorsa settimana ha iniziato ad assumere le proporzioni di una mareggiata.

  • Peter van der Welle
    Peter
    van der Welle
    Strategist
  • Léon  Cornelissen
    Léon
    Cornelissen
    Chief Economist

Increspature e onde. Secondo Robeco Investment Solutions, nel prendere una decisione d’investimento tutto ciò che serve è stabilire quali eventi si limiteranno a provocare un disturbo temporaneo e superficiale ai mercati finanziari e quali invece avranno ripercussioni importanti nel lungo periodo. La possibilità che si sviluppi una mareggiata dipende in definitiva dalla capacità di questo nuovo governo di rimanere intatto: una prospettiva che, allo stato attuale, appare incerta.

In breve

  • Reazione contenuta alle elezioni italiane di marzo
  • A fine maggio la nuova coalizione ha turbato i mercati
  • La posta in gioco in Europa è alta visto il ruolo strategico dell’Italia nell’UE

Questa crisi è partita in sordina. Inizialmente i mercati finanziari non hanno dato rilevanza all’esito delle elezioni politiche italiane. Il risultato che ha visto crescere oltre le previsioni i voti dei populisti in entrambi i rami del Parlamento ha sì deluso, ma con ricadute modeste. Dopo le elezioni, lo spread del titolo di Stato italiano a 10 anni è aumentato appena di 4 punti base rispetto al Bund tedesco, mentre le azioni italiane hanno ceduto soltanto lo 0,3%. Di fatto, si è trattato di una semplice increspatura e non certo di una mareggiata. Inoltre, nelle settimane successive le perdite sono state rapidamente riassorbite: azioni e titoli di Stato italiani hanno addirittura sovraperformato la media dell’Eurozona.

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Dopo le elezioni italiane, l’incertezza c’è e si vede...

Fonte: Bloomberg & Robeco

Tuttavia, le cose hanno improvvisamente preso una piega negativa alla fine di maggio, quando è risultato chiaro, contro ogni previsione, che i negoziati tra il Movimento 5 Stelle e la Lega - le due formazioni elettorali vincenti - avrebbero potuto chiudersi con un successo. Le differenze politiche fra queste due compagini politiche sono del tutto evidenti; il difficile è capire qual è il terreno comune alla base dell’intesa. Di qui la sorpresa e la reazione negativa che sono seguite.

La Lega viene identificata come un partito di estrema destra che propone una maggiore autonomia per le più ricche regioni settentrionali del paese, favorevole la riduzione delle imposte e minori interferenze da parte del governo centrale. Il Movimento 5 Stelle, invece, ha condotto una campagna elettorale su temi quali il reddito di base universale e un aumento della spesa pubblica, ossia politiche più vicine ai cuori degli elettori del meno abbiente meridione d’Italia. Ad unirli non restano quindi che le loro posizioni anti-immigranti e anti-Bruxelles, e poco altro.

Increspature e onde

In netto contrasto con la risposta benevola ai risultati elettorali, questa volta è prevalsa una reazione estrema. I rendimenti sui titoli di Stato italiani a 2 anni sono saliti di oltre 180 punti base in un solo giorno, portandosi a quota 2,8%, e lo spread rispetto ai Bund tedeschi si è allargato a poco meno di 300 punti base, mentre il mercato azionario italiano ha patito un crollo del 12,5% rispetto ai livelli di inizio maggio. Dunque, l’onda è diventata una mareggiata? Dipende dagli sviluppi di qui in avanti.

Si è portati a credere a una replica di quanto già visto in Grecia, ma una serie di fattori scredita questo filone di pensiero. Anzitutto, l’economia italiana ha dimensioni ben superiori: detiene una quota del 15% circa dell’attività economica ufficiale dell’Eurozona, rispetto al modesto 1,6% della Grecia; inoltre, il suo sistema economico e bancario presenta un grado di integrazione molto maggiore con il resto dell’area. In più, l’Italia è il terzo maggior debitore al mondo (130% del PIL), dopo gli Stati Uniti e il Giappone e, secondo i dati di Deutsche Bank, appena il 40% circa di questo debito è detenuto da italiani, mentre la quota maggiore è nelle mani di investitori esteri (circa il 35%) e dell’Eurosistema (circa il 18%).

A differenza di quanto si creda, il debito italiano non è detenuto soltanto dagli italiani

Tragedia greca 2.0?

A differenza della Grecia, che è stata messa alle strette e di fronte a un ultimatum (“obbedisci o fallisci”), come membro fondante dell’UE l’Italia vanta un peso ben maggiore nei negoziati con gli altri paesi dell’Eurozona. L’Italia è semplicemente troppo grande per fallire.

Una seconda differenza importante riguarda la diversa natura della crisi: nel caso della Grecia era sostanzialmente ascrivibile alle politiche governative insostenibili, mentre nel caso dell’Italia rappresenta una questione principalmente politica. Nonostante l’elevatissimo livello del debito, dal 2012 l’Italia riesce a rispettare l’obiettivo di disavanzo al 3% ed evidenzia un’eccedenza delle partite correnti alquanto robusta (2,5% in percentuale del PIL). E pur essendo stato in ritardo nell’Eurozona, negli ultimi anni il suo dinamismo economico è migliorato.

Coalizione in rotta di collisione

Dobbiamo quindi attenderci che la sequenza degli eventi sfocerà in una crisi vera e propria? I più pessimisti ritengono che il controllo comune esercitato dai due partiti populisti rende oggi improbabile qualsiasi progresso in materia di riforma del fragile sistema bancario o qualsiasi miglioramento del sistema economico. E il nuovo governo potrebbe davvero iniziare ad attuare le promesse elettorali con piani di bilancio verosimilmente destinati a entrare in rotta di collisione con il Patto di stabilità dell’Unione europea, con conseguente rischio di una prova di forza più avanti nel corso di quest’anno. È difficile prevedere se i mercati finanziari resteranno inerti, limitandosi ad osservare gli sviluppi di un tale scenario.

Secondo un’altra prospettiva, questo governo ai nastri di partenza potrebbe non durare il tempo necessario a procurare ulteriori criticità. Il divario tra il nord e il sud d’Italia ha radici profonde, quindi tentare di conciliare questi due elementi in un governo unitario non è un’impresa da poco, anche in circostanze normali. A rendere questo obiettivo praticamente impossibile da realizzare è però la natura dei due partiti vincitori, provenienti dai due rami antitetici dello spettro politico. Le probabilità di una rottura dei due rivali cresce ogni giorno in cui condividono la responsabilità di governo.

Quest’ultimo scenario pare essere attualmente il favorito dai mercati finanziari, con l’allentamento delle tensioni dei mercati dopo l’insediamento del nuovo governo. Quando le acque si saranno calmate, basterà attendere di capire se l’Italia continuerà a provocare turbolenze o si è trattato di una tempesta in un bicchier d’acqua.

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