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Volatilità: di chi è la colpa?

20-05-2016 | Approfondimenti | Lukas Daalder Di chi è la colpa della volatilità del 2016? La tentazione di cercare capri espiatori o di chiamare in causa problemi strutturali è forte, ma è corretto?

In breve:
  • Sono molteplici i fattori responsabili delle oscillazioni del mercato nei primi quattro mesi
  • Tra i capri espiatori figurano banche centrali e strategie di investimento più rischiose
  • I mercati, tuttavia, non hanno evidenziato andamenti eccezionali o insoliti
Molte delle ipotesi formulate a spiegazione delle forti oscillazioni dei mercati registrate nei primi quattro mesi di quest'anno sono discutibili, sostiene Lukas Daalder, Chief Investment Officer di Robeco Investment Solutions.

“Da inizio anno i mercati si sono mostrati altamente volatili e la tentazione di cercare capri espiatori è molto forte,” continua. “Probabilmente hanno pesato la perdita di credibilità delle banche centrali, la riduzione dei tassi di interesse e il ricorso a strategie di investimento più rischiose - fattori che potrebbero giocare un ruolo fondamentale anche in futuro. Ma è sbagliato pensare che siano questi gli unici responsabili della volatilità degli ultimi mesi.”

“Osservando l'andamento della deviazione standard dell'MSCI World Index, le variazioni giornaliere non evidenziano alcuna inversione di tendenza, bensì un normale incremento della volatilità dopo i livelli minimi raggiunti nel 2014. Anche considerando il picco di volatilità visto negli ultimi sei mesi, questo non rientra nel maggior 10% misurato dal 1988.
 
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In prospettiva storica, la recente volatilità è quindi relativamente bassa.
Fonte: Bloomberg, Robeco


Tutto sotto controllo
“In altre parole, i mercati possono sembrare estremamente volatili, ma la storia ci insegna che non c'è niente di strano,” aggiunge Daalder, il cui portafoglio multi asset mantiene una posizione neutrale in ambito azionario. “Abbiamo assistito al naturale incremento della volatilità associato alle ultime fasi di recupero dei mercati azionari internazionali. In sostanza, in questa fase i titoli azionari continuano a crescere, ma gli aumenti sono soggetti a maggiore volatilità. In questi casi la strategia migliore è il range trading, acquistando in periodi di forti vendite e vendendo sui rally.”

Allora è tutto a posto? Daalder ritiene di sì, anche se ammette che il mercato potrebbe diventare fastidiosamente "bipolare", spostandosi da vendite indiscriminate ad acquisti generalizzati in un solo trimestre. “È risaputo che la volatilità è una normale caratteristica dei mercati finanziari: abbiamo superato la crisi del 2007-2009 e siamo sopravvissuti al crollo del 2000-2002, quindi sappiamo bene che ogni tanto il gioco si fa duro,” sostiene.

“Quello che mettiamo in discussione è invece il continuo passaggio da un mercato da "fine del mondo" a una situazione di scambi da "tutto sotto controllo" nel giro di poche settimane. È solo ordinaria amministrazione (nelle ultime fasi di un mercato rialzista), oppure è lecito sospettare che in gioco ci siano ben altri e più strutturali fattori?”
 
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In realtà, nel 2016 i giorni caratterizzati da importanti movimenti sono diminuiti.
Fonte: Bloomberg, Robeco


Cinque motivi per stare sereni
Secondo la prima ipotesi, afferma Daalder, le motivazioni principali alla base di periodi ad alta volatilità sono cinque, nessuna delle quali è strutturale:
  1. Maggiore incertezza nei dati macroeconomici sottostanti: in realtà, i dati relativi al PIL degli ultimi quattro trimestri si sono dimostrati molto meno volatili che in passato. E il Citi Surprise Index, che misura la deviazione tra i dati pubblicati e il consenso degli operatori, non ha registrato grandi scostamenti.

  2. Riduzione dei tassi di interesse: quando i tassi di interesse raggiungono o scendono sotto lo zero, potrebbero verificarsi cose strane. Ma i dati non mostrano alcuna correlazione tra riduzione dei tassi di interesse e rendimenti inferiori o più volatili dei mercati azionari e, se si considerano le prospettive societarie in termini di utili, l'impatto dei tassi è difficile da dimostrare.

  3. Diminuisce il potere delle banche centrali: se i mercati mettono in dubbio l'efficacia delle politiche monetarie, è ragionevole prevedere un aumento strutturale della volatilità. Tuttavia, la minor efficacia del mix di politica economica non va scambiata per un segnale di affievolimento dell'enorme potere che le banche centrali sono ancora in grado di esercitare.

  4. Strategie di investimento più rischiose: l'ascesa del Value at Risk (VaR) o di strategie di momentum può effettivamente amplificare rischi già presenti nel mercato. Ma si tratta di fenomeni che riguardano più i titoli di stato che non quelli azionari, per natura più volatili. Inoltre, queste strategie coinvolgono meno dell'1% del mercato finanziario.

  5. Maggiori norme "anti-rischio": il calo dei mercati azionari può indurre i fondi pensione a ridurre i rischi per garantire il rispetto dei requisiti normativi vigenti, ad esempio vendendo titoli su mercati già depressi. Pur riconoscendo il possibile ruolo di pratiche simili nel lungo termine, è improbabile che sia questa la causa delle oscillazioni a cui abbiamo assistito nei primi quattro mesi dell'anno.
Mai vendere a maggio
Daalder conclude affermando che, pur nell'impossibilità di eliminare dal mercato comportamenti talvolta irrazionali, il vecchio motto "Vendi a maggio e scappa" non è più applicabile oggi di quanto non lo fosse a gennaio. “Di fronte al ribasso di oltre il 6% dei titoli azionari mondiali dopo la prima settimana del 2016, non sono mancati commenti del tipo "Sarà un anno da dimenticare". E infatti la principale reazione è stata quella di vendere tutto, aggiunge.

“Ci sono volute le voci di possibili tagli alla produzione di petrolio da parte dell'OPEC per arrestare la spirale al ribasso dei prezzi al barile e far mutare il sentiment. Da lì in poi la regola d'oro è diventata quella di comprare, tanto che la maggior parte - se non la totalità - delle perdite è stata ripianata nelle settimane immediatamente successive. Insomma, tralasciando per un attimo i primi quattro mesi, si potrebbe quasi concludere che il 2016 è stato un anno molto poco vivace...”

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